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SEZIONE BIOLOGICO


14 ottobre 2015
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Agricoltura sostenibile: l’Italia è prima al mondo. La sfida è comunicarlo attraverso Expo 2015 – See more at: http://www.expo2015contact.it/agricoltura-sostenibile-l’italia-e-prima-al-mondo-la-sfida-e-comunicarlo-attraverso-expo-2015.

Primi in Europa per certificazioni alimentari, primi al mondo per quanto riguarda la “pulizia” dei nostri prodotti. È un’Italia da record quella che emerge dal quinto rapporto annuale Gli italiani e l’agricoltura presentato ieri da Coldiretti a Expo Milano 2015. A quattordici anni esatti (era il 18 maggio 2001) dall’approvazione della legge di orientamento che ha dato il via alla modernizzazione del comparto agricolo, il bilancio non può che essere positivo. Sia da un punto di vista etico, visto che ci confermiamo come in capofila della sostenibilità nel continente, sia − e qui vale un po’ di sano pragmatismo − dal punto di vista economico. Le nuove attività emergenti come la produzione di energie rinnovabili, le fattorie didattiche, le attività ricreative, l’artigianato in azienda, l’agricoltura sociale, le vendite dirette, la produzione di mangimi, la sistemazione di parchi e giardini e la manutenzione del territorio hanno infatti portato secondo l’Istat a una crescita del 7,5% nel valore aggiunto del settore, con un impatto positivo sul Pil nazionale dello 0,1%.

Più sostenibile, insomma, significa anche più profittevole. Un elemento di cui non si può non tenere conto a due settimane dall’inizio di un’esposizione universale intitolata Nutrire il pianeta, Energia per la vita. Se non altro perché aiuta a capirne meglio il senso: un grande evento di promozione dell’agroalimentare che porta al centro del discorso la sicurezza, la tracciabilità e l’impatto ambientale. I campi in cui noi italiani − che dell’Expo siamo i padroni di casa −primeggiamo. Dati alla mano: la nostra agricoltura emette il 35% di gas serra in meno della media Ue, siamo il paese al mondo con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici (lo o,2%) e il primo in Europa per numero di agricoltori biologici (43.852 imprese registrate), vantiamo il maggior numero di prodotti Dop, Igp e specialità tradizionali regionali ai quali accompagnano la più ampia rete di fattorie e mercati degli agricoltori in vendita diretta a chilometro zero. Tutti elementi ai quali i consumatori danno sempre più peso e che hanno quindi ottime possibilità di consolidarsi come fonti di vantaggio competitivo sullo scenario internazionale.

«Expo è una enorme occasione per ripensare a fondo il sistema di produzione e di distribuzione del cibo per perseguire a livello globale un modello di sviluppo sostenibile attento all’ambiente che garantisca un sistema di tutela sociale ed economica in grado di assicurare un futuro all’agricoltura e un cibo sicuro e accessibile a tutti, in Italia e nei Paesi più poveri», ha sottolineato il presidente di Coldiretti, Roberto Moncalvo. Una affermazione che fa il paio con quella dell’ex ministro Alfonso Pecoraro Scanio, attuale presidente di Univerde: «L’agricoltura meriterebbe di ricevere di più. Expo Milano 2015 deve essere l’occasione per rendere noti i risultati raggiunti in questi anni e indicare anche all’Europa una nuova visione». Considerazioni che portano la questione su un piano ulteriore: quanto saremo capaci di attrarre investimenti valorizzando quello che abbiamo costruito in questi anni? Quanto sapremo internazionalizzarci, esportando un modello che si propone come all’avanguardia e dei prodotti di qualità superiore? Alla conclusione dell’esposizione universale mancano più di cinque mesi. Ma l’agenda sulla quale ci si confronterà a evento concluso pare avere delle pagine già scritte.

Cos’è l’agricoltura biologica

L’agricoltura biologica è un metodo di produzione definito dal punto di vista legislativo a livello comunitario con un primo regolamento, il Regolamento CEE 2092/91, sostituito successivamente dai Reg. CE 834/07 e 889/08 e a livello nazionale con il D.M. 18354/09.

Il termine “agricoltura biologica” indica un metodo di coltivazione e di allevamento che ammette solo l’impiego di sostanze naturali, presenti cioè in natura, escludendo l’utilizzo di sostanze di sintesi chimica (concimi, diserbanti, insetticidi).
Agricoltura biologica significa sviluppare un modello di produzione che eviti lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, in particolare del suolo, dell’acqua e dell’aria, utilizzando invece tali risorse all’interno di un modello di sviluppo che possa durare nel tempo.
Per salvaguardare la fertilità naturale di un terreno gli agricoltori biologici utilizzano materiale organico e, ricorrendo ad appropriate tecniche agricole, non lo sfruttano in modo intensivo.
Per quanto riguarda i sistemi di allevamento, si pone la massima attenzione al benessere degli animali, che si nutrono di erba e foraggio biologico e non assumono antibiotici, ormoni o altre sostanze che stimolino artificialmente la crescita e la produzione di latte. Inoltre, nelle aziende agricole devono esserci ampi spazi perché gli animali possano muoversi e pascolare liberamente.

Le coltivazioni

In agricoltura biologica non si utilizzano sostanze chimiche di sintesi (concimi, diserbanti, anticrittogamici, insetticidi, pesticidi in genere). Alla difesa delle colture si provvede innanzitutto in via preventiva, selezionando specie resistenti alle malattie e intervenendo con tecniche di coltivazione appropriate, come, per esempio:
la rotazione delle colture: non coltivando consecutivamente sullo stesso terreno la stessa pianta, da un lato si ostacola l’ambientarsi dei parassiti e dall’altro si sfruttano in modo più razionale e meno intensivo le sostanze nutrienti del terreno;
la piantumazione di siepi ed alberi che, oltre a ricreare il paesaggio, danno ospitalità ai predatori naturali dei parassiti e fungono da barriera fisica a possibili inquinamenti esterni;
la consociazione: coltivando in parallelo piante sgradite l’una ai parassiti dell’altra.
In agricoltura biologica si usano fertilizzanti naturali come il letame opportunamente compostato ed altre sostanze organiche compostate (sfalci, ecc.) e sovesci, cioè incorporazioni nel terreno di piante appositamente seminate, come trifoglio o senape.
In caso di necessità, per la difesa delle colture si interviene con sostanze naturali vegetali, animali o minerali: estratti di piante, insetti utili che predano i parassiti, farina di roccia o minerali naturali per correggere struttura e caratteristiche chimiche del terreno e per difendere le coltivazioni dalle crittogame.
Il ricorso a tecniche di coltivazione biologiche ricostruisce l’equilibrio nelle aziende agricole; qualora, comunque, si rendesse necessario intervenire per la difesa delle coltivazioni da parassiti e altre avversità, l’agricoltore può fare ricorso esclusivamente alle sostanze di origine naturale espressamente autorizzate e dettagliate dal Regolamento europeo (con il criterio della cosiddetta “lista positiva”).

Gli allevamenti

Anche l’allevamento biologico segue criteri normativi definiti dall’Unione Europea, attraverso il Regolamento CE 1804/99 e a livello nazionale con il D.M. n.91436 del 4 Agosto 2000.
Principi generali
Gli animali devono essere alimentati secondo i loro fabbisogni con prodotti vegetali ottenuti con metodo di produzione biologico, coltivati di preferenza nella stessa azienda o nel comprensorio in cui l’azienda ricade.
L’allevamento degli animali con metodo biologico è strettamente legato alla terra. Il numero dei capi allevabili è in stretta relazione con la superficie disponibile.
I sistemi di allevamento adottati devono soddisfare i bisogni etologici e fisiologici degli animali. Pertanto essi devono consentire agli animali allevati di esprimere il loro comportamento naturale e debbono garantirgli sistemi di vita adeguati.
Sono vietati il trapianto degli embrioni e l’uso di ormoni per regolare l’ovulazione eccetto in caso di trattamento veterinario di singoli animali. L’impiego di razze ottenute mediante manipolazione genetica è vietato.
Il trasporto del bestiame deve essere quanto più breve possibile ed effettuarsi in modo da affaticare il meno possibile gli animali. Le operazioni di carico e scarico devono effettuarsi senza brutalità. E’ vietato l’uso di calmanti durante il tragitto.
Il trattamento degli animali al momento della macellazione o dell’abbattimento deve limitare la tensione e, nello stesso tempo, offrire le dovute garanzie rispetto all’identificazione e alla separazione degli animali biologici da quelli convenzionali.
Scelta delle razze
E’ preferibile allevare razze autoctone, che siano ben adattate alle condizioni ambientali locali, resistenti alle malattie e adatte alla stabulazione all’aperto.
Ricoveri e norme igieniche
Le condizioni di allevamento devono tenere conto del comportamento innato degli animali. In particolare. le strutture per l’allevamento devono essere salubri, correttamente dimensionate al carico di bestiame e devono consentire l’isolamento dei capi che necessitano di cure mediche. Inoltre devono essere assicurati sufficiente spazio libero a disposizione degli animali. Per ogni specie e categoria di animali il Regolamento CE 1804/99 definisce degli spazi minimi che devono essere garantiti sia al coperto (in stalle, ricoveri) sia all’aperto (paddock e altro).
Alimentazione
La dieta deve essere bilanciata in accordo con i fabbisogni nutrizionali degli animali. Il 100% degli alimenti dovrebbe essere di origine biologica controllata. Tuttavia, poiché ci possono essere delle difficoltà nell’approvvigionamento di alimenti biologici, è consentito l’impiego di alimenti non biologici fino al limite massimo del 10 % per i ruminanti e del 20% per gli altri animali, calcolati sulla sostanza secca della razione alimentare. Tale deroga è applicabile comunque solo fino al 24 agosto 2002.
Non possono comunque mai essere somministrati agli animali allevati con metodo biologico: stimolatori di crescita o stimolatori dell’appetito sintetici; conservanti e coloranti; urea; sottoprodotti animali (es. residui di macello o farine di pesce) ai ruminanti e agli erbivori monogastrici, fatta eccezione per il latte e i prodotti lattiero-caseari; escrementi o altri rifiuti animali; alimenti sottoposti a trattamenti con solventi (es. panelli di soia o altri semi oleosi) o addizionati di agenti chimici in genere; organismi geneticamente modificati; vitamine sintetiche.

Cos’è il Bio
Per l’agricoltura biologica la qualità è plurale. Ci sono, infatti, le quattro qualità che derivano dalla semplice applicazione delle norme di produzione europee (Reg. CEE 2092/91). Si tratta dunque di qualità certe e dovute che riguardano il migliore impatto ambientale, la salubrità, l’assenza di OGM e la garanzia del sistema di controllo e certificazione.

Ci sono, poi, altre qualità che riguardano caratteristiche non espressamente richieste dal Regolamento comunitario ma che i produttori, singoli o associati, possono decidere di attribuire ai loro prodotti applicando regole aggiuntive, o comportamenti particolari. Fra queste qualità, che sono in continua evoluzione, ricordiamo quelle del commercio equosolidale, della sovranità alimentare e della costruzione di un nuovo rapporto fra città e campagna.

Più salute con gusto
Sicurezza igienico-sanitaria, contenuto nutrizionale e qualità organolettica, in altre parole nutrirsi con gusto: questo è quello che ciascuno di noi vuole dal cibo che porta a tavola.
I prodotti biologici, proprio per le tecniche agronomiche adottate, in particolare il non uso di sostanze chimiche di sintesi, sono di norma più sicuri degli altri dal punto di vista igienico-sanitario. Diverse ricerche dimostrano, poi, che il valore nutritivo dei prodotti biologici è spesso superione a quello dei prodotti convenzionali. In particolare è stato rilevato di frequente una maggiore presenza di preziose sostanze antiossidanti. Infine, nei pochi studi che mettono a confronto il gusto dei prodotti convenzionali e di quelli biologici, questi ultimi si collocano in genere al livello della qualità medio-alta dei primi. È sempre più frequente, infine, il buon posizionamento dei prodotti biologici nei concorsi.

Più amico dell’ambiente
Inquinamento di aria, acqua e suolo; erosione e perdita di fertilità del suolo; riduzione della biodiversità; elevati consumi energetici e produzione di gas serra (il “contributo” dell’agricoltura è stimato attorno al 7%): questi sono alcuni dei problemi creati dall’agricoltura convenzionale e che nemmeno la sua versione geneticamente modificata è in grado di risolvere, anzi.
Su tutti questi problemi l’agricoltura biologica ha invece dimostrato di essere capace di offrire delle soluzioni, sia attraverso l’applicazione del Regolamento Cee, sia attraverso regole più restrittive adottate volontariamente dagli agricoltori. L’agricoltura biologica, infatti, riduce al minimo il rilascio di residui nel terreno, nell’aria e nell’acqua, conserva la naturale fertilità del suolo, salvaguarda la complessità dell’agroecosistema e la sua biodiversità, consuma meno energia.

Libertà dagli OGM
Nel 1991, quando fu approvato il Regolamento Cee per l’agricoltura biologica, gli OGM – Organismi Geneticamente Modificati – erano molto meno noti e, soprattutto, erano molto meno diffusi di quanto lo sono oggi. Eppure, già allora un articolo di quel regolamento ne vietava espressamente l’uso in agricoltura biologica. Il movimento internazionale per l’agricoltura biologica, che aveva voluto e promosso quel regolamento, aveva intuito le incognite e i rischi insiti nell’uso di OGM in agricoltura.
Come è risultato più chiaro dopo, si tratta di incognite e rischi che investono l’ambiente, la salute umana e la stessa possibilità dei popoli di scegliere cosa produrre e come alimentarsi. La strada proposta dall’agricoltura geneticamente modificata è l’opposto di quella proposta dall’agricoltura biologica: per questo la loro coesistenza è impossibile.

Sai cosa mangi
Sapere cosa si mangia significa conoscere nelle linee essenziali in che modo un alimento è prodotto in tutti i suoi passaggi, dal campo al punto vendita. Perché ciò sia possibile almeno due condizioni sono necessarie: un insieme di regole cui deve sottostare la produzione e la distribuzione di un cibo, uno o più organismi indipendenti che controllano l’applicazione delle norme e la certificano ai consumatori.
Questo è ciò che accade per i prodotti biologici, con l’applicazione del Regolamento Cee 2092/91, attraverso un’attività di ispezione che investe sia il processo produttivo, sia il prodotto finale, dal campo alla tavola. Si tratta di un sistema sicuramente suscettibile di miglioramento e attualmente, a oltre ventanni dall’inizio della sua applicazione, è sottoposto a un processo di revisione. Tuttavia, quello del biologico è ancora oggi quello che, almeno in campo alimentare, offre maggiori garanzie.

Chi ci garantisce
Chi controlla e garantisce le produzioni biologiche?

L’agricoltura biologica è l’unica forma di agricoltura controllata in base a leggi europee e nazionali.
Non ci si basa, quindi, su autodichiarazioni del produttore ma su un Sistema di Controllo uniforme in tutta l’Unione Europea.
L’azienda che vuole avviare la produzione biologica notifica la sua intenzione alla Regione e ad uno degli Organismi di controllo autorizzati.

L’Organismo procede alla prima ispezione con propri tecnici specializzati che esaminano l’azienda e prendono visione dei diversi appezzamenti, controllandone la rispondenza con i diversi documenti catastali, dei magazzini, delle stalle e di ogni altra struttura aziendale.
Se dall’ispezione emerge il rispetto della normativa, l’azienda viene ammessa nel sistema di controllo, e avvia la conversione, un periodo di disintossicazione del terreno che, a seconda dell’uso precedente di prodotti chimici e delle coltivazioni può durare due o più anni.
Solo concluso questo periodo di conversione, il prodotto può essere commercializzato come da agricoltura biologica.
L’Organismo provvede a più ispezioni l’anno, anche a sorpresa, e preleva campioni da sottoporre ad analisi.
Le aziende agricole che producono con il metodo biologico devono poi documentare ogni passaggio su appositi registri predisposti dal Ministero, ciò assicura la totale tracciabilità.

Gli organismi di controllo italiani
Gli organismi nazionali che possono effettuare i controlli e la certificazione delle produzioni biologiche sono nove, questi sono riconosciuti con decreto del Ministero delle Politiche agricole e forestali, e sono sottoposti a loro volta al controllo dello stesso ministero e delle regioni.

Ecco i nomi e il loro codice identificativo:

ICEA – Istituto per la Certificazione Etica e Ambientale, codice IT ICA (ex AIAB)
BIOAGRICERT – Bioagricoop, codice IT BAC
BIOS, codice IT BIO
C.C.P.B. Consorzio Controllo Prodotti Biologici, codice IT CPB
CODEX, codice IT CDX
ECOCERT Italia, codice IT ECO
I.M.C. Istituto Mediterraneo di Certificazione, codice IT IMC
QC&I International services, codice IT QCI
SUOLO E SALUTE, codice IT ASS
BIOZERT, codice IT BZ BZT

Come riconoscere i prodotti biologici
Norme sull’etichettatura
La garanzia che ci troviamo davanti ad un prodotto proveniente da agricoltura biologica è data dall’etichettatura.

Con il 1° luglio entra in vigore l’uso del nuovo logo europeo sulle etichette dei prodotti biologici. Aiab ha pensato di mettere a disposizione di tutti questo agile documento (scaricabile anche in pdf) per capire come si etichetta il bio con le nuove disposizioni.

Contenuto
Normativa di riferimento
Cosa si definisce “etichetta”?
Quali prodotti agricoli possono contenere riferimenti al biologico in etichetta?
Chi può etichettare?
Il termine BIO!
Il logo europeo
Quando si applica e su quali prodotti?
Le novità importanti!
Dove non si può usare il logo UE?
Per chi ha stampato etichette precedentemente al 1° luglio 2010, attestanti ancora vecchio logo europeo dell’agricoltura biologica?
Normativa di riferimento
Innanzi tutto, ecco i Regolamenti e Documenti a cui ci riferiamo quando parliamo di etichettatura:

Regolamento CE 834/07 e CE 889/08 Regolamenti attualmente in vigore per l’Agricoltura biologica
Regolamento CE 271/10 Regolamento che definisce l’uso del nuovo logo europeo e modifica alcune norme di etichettatura
Cosa si definisce “etichetta”?
Le fascette, le etichette, gli imballaggi primari e secondari che accompagnano il prodotto fino al consumatore costituiscono “etichetta”, pertanto le indicazioni relative al metodo di produzione biologico devono sempre rispettare quanto previsto dai regolamenti CE 834/07 e CE 889/08 ed essere autorizzate da un organismo di controllo a sua volta autorizzato dal Ministero delle politiche agricole e forestali (Mi.P.A.A.F)

Quali prodotti agricoli possono contenere riferimenti al biologico in etichetta?
il prodotto che è stato ottenuto secondo le norme dell’agricoltura biologica o è stato importato da paesi terzi nell’ambito del regime di cui ai Reg. CE 834/07 e CE 889/08;
il prodotto i cui ingredienti non derivanti da attività agricola (additivi, aromi, preparazioni microrganiche, sale, ecc.) e i coadiuvanti tecnologici utilizzati nella preparazione dei prodotti rientrano fra quelli indicati nel Reg. CE 889/08
il prodotto i cui ingredienti il cui ciclo produttivo sia totalmente libero da ogm
la materia prima (ingrediente) «biologica» non è stata miscelata con la medesima sostanza di tipo convenzionale
il prodotto o i suoi ingredienti non sono stati sottoposti a trattamenti con ausiliari di fabbricazione e coadiuvanti tecnologici diversi da quelli consentiti nel regolamento del biologico, e che non abbiano subito trattamenti con radiazioni ionizzanti
Nell’etichettatura di un prodotto agricolo vivo o non trasformato, si possono usare termini riferiti al metodo di produzione biologico a condizione che tutti gli ingredienti di tale prodotto, siano stati ottenuti conformemente alle prescrizioni di cui ai punti 1) 2) 3) 4)

Chi può etichettare?
Può etichettare un operatore (agricoltore, distributore a marchio , importatore ) assoggettato alle misure di controllo previste dai Reg. CE 834/07 e 889/08 e autorizzato da un organismo di controllo riconosciuto.

Il termine BIO!
Il termine biologico, bio, organic ecc… può essere usato solo per i prodotti che rispettino il regolamento 834/07 e 889/08. Indicare il termine biologico in etichetta o nei documenti di trasporto pone il produttore (o preparatore , distributore ecc..) come responsabile di fronte alla legge rispetto alla conformità del prodotto.

Il logo europeo
Il logo europeo del biologico è stato scelto attraverso un concorso internazionale tra più di 3400 bozzetti di studenti di design , arrivati da tutti e 27 i paesi membri dell’Unione Europea. I tre loghi finalisti sono stati poi votati sul web e si è aggiudicato la vittoria o studente tedesco Dusan Milenkovic, con la proposta intitolata ‘Euro-leaf’. (euro –foglia) Il logo rappresenta infatti una foglia stilizzata disegnata con le stelline dell’unione europea.

Inoltre dall’entrata in vigore del Reg.CE 271/10 il logo viene così definito:

«Logo di produzione biologica dell’Unione europea»

Nelle etichette stampate dopo il 1°luglio 2010 entra in vigore il nuovo logo europeo

Il logo europeo deve avere queste caratteristiche:

altezza almeno 9 mm
larghezza 13,5 mm
proporzione tra altezza e larghezza deve essere 1:1,5
per le confezioni molto piccole al dimensione minima può essere ridotta a 6 mm per l’altezza
il colore di riferimento in pantone è verde n.376 e se usiamo la quadricromia il verde ottenuto con 50%ciano+100%giallo
può essere stampato anche in bianco e nero quando non sia possibile farlo a colori
quando il logo europeo venisse affiancato ad altri loghi con al proprio interno gli stessi colori anche se non con la stessa sfumatura, il logo europeo può essere eseguito con i colori dell’altro logo senza incorrere in non conformità
se il colore dello sfondo dell’imballaggio o dell’etichetta è scuro, è possibile adoperare i simboli in negativo servendosi del colore di fondo dell’imballaggio o dell’etichetta
nel caso in cui il simbolo risulti scarsamente visibile a causa del colore adoperato nel simbolo o nello sfondo del medesimo, si può tracciare un bordo esterno di delimitazione attorno al simbolo stesso per farlo risaltare meglio sullo sfondo
in determinate circostanze del tutto particolari in cui esistano indicazioni in un unico colore sull’imballaggio, è possibile utilizzare il logo biologico dell’UE in questo stesso colore
Quando si applica e su quali prodotti?
Il logo europeo si DEVE apporre ai prodotti chiusi confezionati ed etichettati, con una percentuale prodotto di origine agricola bio di almeno il 95%

Il logo europeo è FACOLTATIVO nei prodotti con le stesse caratteristiche ma provenienti da paesi terzi.

Il logo è PROIBITO nei prodotti con un % bio inferiore al 95%.

In questo caso l’etichettatura del prodotto riporterà queste informazioni:

Accanto al logo europeo vanno riportate le indicazioni necessarie per identificare la nazione, il tipo di metodo di produzione, il codice dell’operatore, il codice dell’organismo di controllo preceduto dalla dicitura: Organismo di controllo autorizzato dal Mi.P.A.A.F

Organismo di controllo autorizzato da Mi.P.A.A.F Operatore controllato n.
IT BIO 123 A 456
IT = CODICE ISO che identifica il biologico come da art.58 paragrafo1 lettera a)
BIO = a seconda dei paesi può diventare ORG,EKOcome da art.58 paragrafo 1 lettera b)
123 codice numerico dell’organismo di controllo come da art. 58 paragrafo 1 lettera c)
Le novità importanti!
Accanto a queste informazioni, un’importante novità, entra in etichetta il luogo di coltivazione del /dei prodotti.

Le indicazioni previste sono:

AGRICOLTURA UE per prodotti coltivati in uno dei paesi comunitari
AGRICOLTURA NON UE prodotti coltivati in paesi terzi
AGRICOLTURA UE / AGRICOLTURA NON UE prodotti contenenti prodotti NON coltivati in parte in europa e in parte in paesi terzi
Se un prodotto è costituito di ingredienti coltivati in “solo”Italia, la dicitura AGRICOLTURA UE può essere sostituita dal nome del paese es: “ITALIA”, ’etichetta sarà quindi così:

AGRICOLTURA ITALIA

Organismo di controllo autorizzato da Mi.P.A.A.F
IT BIO 001
CODICE OPERATORE 123
Il logo europeo PUO’ essere affiancato da loghi privati e da descrizioni e riferimenti testuali che descrivano l’agricoltura biologica, purché tali elementi non mutino o vadano in contrasto con l’art.58.

Nel caso di loghi privati possono identificare o il rispetto di disciplinare privato più restrittivo rispetto al Reg.CE 834 e Reg.889.

Un esempio è il marchio privato dei soci AIAB, su base volontaria, che viene apposto su prodotti che rispettano il disciplinare aiab di riferimento che ha requisiti più restrittivi della regolamentazione comunitario Reg. (CE) 834/07:

l’azienda garanziaAIAB deve essere tutta condotta con metodo biologico (non è ammessa l’azienda mista)
l’azienda garanziaAIAB deve lavorare solo materie prime ottenute in Italia e se zootecnica deve alimentare il bestiame solo con alimenti biologici (non sono ammesse le deroghe del Reg. (CE) 834/07)
l’azienda garanziaAIAB si impegna a prevenire, evitare e ridurre ogni forma di inquinamento e a favorire l’impiego di risorse ed energie rinnovabili.

Una “buona alleanza” fra agricoltori e consumatori, secondo l’AIAB, è necessaria per avere un’agricoltura che produca cibi buoni, sani, amici della giustizia e dell’ambiente. Oltre che necessaria, questa buona alleanza sarà anche possibile se ciascuno farà la sua parte. Gli agricoltori producendo al meglio delle loro possibilità, che per noi significa fare agricoltura biologica. I consumatori riconoscendo il valore dell’impegno degli agricoltori facendo salire nella scala delle priorità ciò che sono disposti a spendere per comperare i suoi prodotti e i suoi servizi. Perché nell’agricoltura del futuro, e già oggi nell’agricoltura biologica, il prodotto principale dell’azienda continueranno a essere gli alimenti, ma i servizi (di tutela dell’ambiente e del paesaggio, ma non solo) acquisteranno un peso crescente.

La “buona allenza” di cui parla l’AIAB, però, non può essere proposta solo a una parte dei cittadini e a giorni alterni, bensì a tutti i cittadini e tutti i giorni. Per questo la vocazione dell’agricoltura biologica non è la qualità inevitabilmente “straordinaria” di Dop, Ipg, ecc., bensì le qualità ordinarie (igienico sanitarie, nutrizionali, organolettiche, ambientali ecc.) che debbono caratterizzare l’intera gamma dei prodotti alimentari che servono nella vita di tutti e tutti i giorni.
Ne consegue, perciò, che l’agricoltura biologica, che pure oggi resta una piccola realtà, non si candida solo a occupare una quota via via crescente del mercato, bensì a dare un contributo essenziale alla costruzione di un’alternativa complessiva all’attuale modello di produzione agricola e di sviluppo rurale, e a maggior ragione, al nuovo modello annunciato dalla introduzione delle colture geneticamente modificate.

Questa “buona alleanza” passerà dal mercato, ma c’è bisogno che cresca e maturi anche attraverso un contatto più diretto fra agricoltori e consumatori, fra campagna e città. Su questo il movimento per l’agricoltura biologica è fortemente impegnato. L’AIAB, in particolare, è attiva nella promozione della vendita diretta nelle aziende e di ogni forma di commercializzazione che riduca la distanza fra produttore e consumatore; dispone di una rete di aziende che svolgono il ruolo di “Fattorie didattiche” per le scuole e di “Fattorie aperte” che possono essere visitate; a maggio con “PrimaveraBio” e a ottobre con “BioDomenica”, organizza da anni, in collaborazione con altre associazioni, momenti di incontro fra produttori biologici e cittadini su tutto il territorio nazionale.

Vino bio: impennata di consumi e produzione
L’Italia è ai primi posti nel mondo per la produzione di vino bio, al secondo posto per superficie vitata in Europa dopo la Spagna, con dati e numeri in costante aumento: crescita di aziende e di superfici, ma soprattutto crescita di attenzione da parte dei consumatori.
Nel 2014 oltre 72 mila ettari, aumentati del 6,5% rispetto al 2013, in controtendenza rispetto alla superficie convenzionale che invece continua a diminuire. La superficie vitata biologica è arrivata a toccare l’11% di quella totale.
Mentre la viticoltura convenzionale, dunque, è in crisi, la produzione biologica si conferma una carta vincente da giocare per il futuro della nostra viticoltura.

Le cantine biologiche certificate in Italia sono circa 1.300 che vinificano, secondo metodiche definite dal Regolamento europeo sul vino biologico 203/2012, circa 4,5 milioni di ettolitri di vino bio. Guida la Sicilia (sia per dimensioni sia per incidenza) dove quasi un ettaro su quattro coltivato a vite è bio, seguita dalla Puglia e Toscana. Ma buone performances vengono raggiunte anche da altre regioni tra le quali spicca, ad esempio, la Calabria.
La terra calabra, ancora fanalino di coda nella produzione vinicola tradizionale, nonostante la sua storia enologica (era chiamata “Enotria” ossia “terra del vino”, e i vini calabresi durante l’era dei Greci venivano offerti ai vincitori delle Olimpiadi) è in prima linea nella produzione biologica, grazie anche al territorio, al clima e alla ricchezza ampelografica – quasi trecento cloni sinora catalogati tra gli autoctoni calabresi.
E non è un caso che anche quest’anno due dei tre vini premiati con i Tre Bicchieri della Calabria nella guida Vini d’Italia 2016 del Gambero Rosso arrivano dai terreni fertili di Cirò, dove un tempo il vino veniva caricato in anfore di terracotta per diventare vino “olimpico” e oggi “bio”.
Questi dati, elaborati da FIRAB e AIAB, sono stati snocciolati durante il convegno “Il vino biologico italiano: qualità mercato e sicurezza”, tenutosi domenica 13 settembre al Sana e nel quale l’AIAB è stata uno dei protagonisti.
A tre anni dal Regolamento, risultato del lungo percorso avviato decine di anni fa dall’AIAB e sul quale l’associazione continua a lavorare per rivedere le questioni solfiti, mosti concentrati e additivi, il vino bio è diventato, grazie a una maggiore chiarezza comunicativa (etichetta), molto più attraente per i buyer della grande distribuzione (GDO) e anche per i responsabili acquisti delle enoteche. I risultati? Nel 2014 rispetto all’anno precedente, crescita a due cifre del vino bio (+14%, secondo Nomisma) nella GDO a fronte di un calo di quasi l’1% del convenzionale, andando a rappresentare lo 0,4% del food venduto presso la GDO, canale non certo privilegiato per il bio; peraltro questa quota, prima del 2012, era inesistente. Anche i dati presentati da Ismea/Nielsen confermano questo trend, con +5,6% nella GDO negli ultimi tempi.
Nel 2015, la percentuale di italiani che hanno acquistato almeno una bottiglia di vino bio è aumentata di quasi 15 punti, passando dal 2% nel 2013 a 16,8% odierno, a fronte del boom di vendite presso enoteche/negozi specializzati e GDO. Un successo che ha ancora un enorme potenziale inespresso: secondo Wine Monitor Nomisma, il 38% dei consumatori che non beve vino bio, ha dichiarato di non farlo semplicemente perché non trova il vino a marchio bio nei negozi/ristoranti frequentati; tra questi infine, il 90% dei consumatori intervistati da Wine Monitor ha dichiarato di essere interessato ad acquistare il brand del vino preferito se questo inserisse una linea a marchio biologico.
“E se – dice Vincenzo Vizioli, presidente di AIAB – mentre fino a pochi anni fa rimanevano molti dubbi sulla qualità del vino biologico oggi questa è nettamente aumentata a detta di esperti enologi e consumatori e il vino bio è equiparato ai vini convenzionali di fascia medio alta.”
Il successo, infatti, è confermato dai risultati dell’indagine Wine trend 2015: il 4% dei consumatori italiani si fa guidare nella scelta del vino dalla presenza di un marchio bio (nel 2014 tale tasso non superava l’1%); il 49% dei consumatori ritiene che i vini bio siano di qualità superiore rispetto ai vini convenzionali (quota che impenna al 68% tra chi già lo consuma).
Ma a tirare la crescita è l’export, come del resto accade anche per il vino convenzionale. Solo negli Stati Uniti, viene dal nostro Paese una bottiglia di vino bio su tre di quelle importate, per un conto economico totale di 56 milioni di euro nel 2013.
“Un altro settore del biologico che valorizza e monetizza le ricchezze del nostro territorio e le produzioni autoctone”, conlcude Vizioli. “Lo hanno capito le aziende che hanno deciso di investire su validi enologi che hanno fatto decollare qualità e consumi della produzione bio. Deve capirlo anche lo Stato che non deve farsi sfuggire questa opportunità per premiare tutte quelle produzioni che rispondono ai bisogni sempre più emergenti di salute, benessere, gusto di consumatori italiani e mondiali.